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Storia Ecclesistica



La fede in Teresa d’Avila

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Punda Edvard

La fede in Teresa d’Avila

”Tesi Gregoriana” Teologia 187

2011, pp. 336

978-887839-199-4

€25.00
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La fede in Teresa d’Avila è l’argomento nonché il punto di partenza di questo lavoro. A partire dagli scritti in cui la Santa d’Avila testimonia las mercedes que el Señor me ha hecho, il suo vissuto della fede, si è reso evidente come Teresa vive e riflette la sua storia come un locus dell’agire di Dio, intende cioè la vita umana come storia della salvezza (I,1). La fede di/in Teresa è vissuta e pensata per una mistica che, nell’unità tra l’affectus, l’intellectus e la confessio fidei diventa fonte e forma della sua conoscenza (I,2). La (dottrina della) fede in Teresa nasce e si attua nell’orazione come rivelazione dell’amore di Dio-Amico che invita l’uomo a un tratar de amistad con quien sabemos nos ama (I,3). L’orazione intesa così è un locus theologicus e il circolo ermeneutico dal quale si coglie e che rende comprensibile tutto il contenuto della fede in Teresa. La sua dottrina a partire dall’esperienza è presentata in quattro prospettive (teologico-trinitaria, cristologica, antropologica ed ecclesiologica) il cui dinamismo contiene tutta la complessità della fede in Teresa d’Avila che per questo può essere definita come evento in cui Dio Uno e Trino (II,1) si dona in Gesù Cristo (II,2) all’uomo, operando la salvezza e rendendolo così una creatura nuova (II,3), capace di vivere/confessare la vida nueva nella Chiesa (II,4). Questo modello non è solo una struttura in cui la Santa d’Avila ha vissuto e pensato la sua fede, ma può essere un paradigma per ogni teologia della fede.

Edvard Punda (1979) è sacerdote dell’Arcidiocesi di Split-Makarska (Croazia) dal 2004. Nel 2007 ha ottenuto la Licenza in Teologia Fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana e nel 2011 ha conseguito il Dottorato presso la medesima Università con la presente tesi. Dal 2008 al 2011 è stato Assistente alla Pontificia Università Gregoriana. Attualmente è Direttore Spirituale nel Seminario Maggiore a Split.

 

Metafisica e religioni: strutturazioni proficue

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Patsch Ferenc

“Tesi Gregoriana” Teologia 184

2011, pp. 640

978-88-7839-195-6

€30.00
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Una teologia delle religioni sulla base dell'ermeneutica di Karl Rahner. Malgrado la riserva o, addirittura, l'ostilità generale nei confronti della metafisica e delle religioni nel clima intellettuale di oggi, la tesi di questo saggio crede siano frutto dei processi di strutturazione necessari e, in linea di principio, positivi. Si afferma attraverso prove, sulla base dell'ermeneutica di Karl Rahner, che consentiranno di elaborare una nuova modalità della teologia delle religioni. Le sue principali caratteristiche sono la pretesa di verità (veritatività) e il comprendersi all'interno della relazione (relazionalità).

La parte più originale del presente saggio consiste negli ultimi due capitoli, dove da una parte verrà costruttivamente rielaborata una sorta di metafisica, trascendentalmente fondata e fortemente caratterizzata da elementi interpretativi, e dall'altra le religioni mondiali verranno riabilitate e apprezzate come tradizioni salvifiche.

Ferenc Patsch è gesuita ungherese (n. 1969). Ha conseguito la Licenza in Filosofia nel 1996 alla Pontificia Università Gregoriana e il dottorato in Teologia nel 2007 presso la stessa istituzione. Attualmente è docente di Filosofia e Teologia alla Sapientia, Collegio Teologico degli Ordini Religiosi, di Budapest e "visiting lecturer" all'Hekima College di nairobi (Kenya).

 

Corpo come punto focale nell'insegnamento paolino

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Sichkaryk Ivan

“Tesi Gregoriana” Teologia 185

2011, pp. 512

978-88-7839-196-3

€28.00
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La dottrina di Paolo sul "corpo" è uno dei temi più importanti della sua teologia. L'apostolo venendo dai due ambienti ebraico e greco, elabora gradualmente una sua concezione di "corpo" che si può definire una entità corporea (uomo-donna) con una esistenza relazionale inserita nel tempo e nello spazio. Mediante questo concetto Paolo presenta e sviluppa una nuova e positiva visione del corpo (uomo) segnato dalla redenzione di Cristo.

Il Rev. Ivan Sichkaryk, presbitero della Chiesa Ucraina Greco-Cattolica, è nato nel 1976. Dopo gli studi nel Seminario Maggiore Eparchiale di Josyf Slipyj a Ternopil', ha conseguito la licenza e il dottorato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Attualmente è Professore di Nuovo Testamento nel Seminario Maggiore Eparchiale a Ternopil'. Insegna in particolare le Lettere di San Paolo, sulle quali ha già pubblicato anche vari articoli.

 

"Poder" y "anti-poder"

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César Nery Villagra Cantero

“Tesi Gregoriana” Teologia 183

2011, pp. 496

978-88-7839-189-5

€32.00
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Contraposición dialéctica entre evxousi,a salvífica y evxousi,a del sistema terrenal en el Apocalipsis.

Para el autor del Apocalipsis, la evxousi,a salvífica y la evxousi,a del sistema terrenal son «poderes» antagónicos:

La evxousi,a salvífica dinamiza el Reino de Dios con el objeto de conducir la experiencia humana hacia su último fin: La «vida eterna». Dios, origen de todo poder, interviene en la historia (cf. Ap 2,27; 16,9) a través de su Cristo, el cual condensa en su evxousi,a la swthri,a, la du,namij y la basilei,a de Dios (12,10). Los ángeles operan como agentes del plan salvífico (14,18; 18,1).

La evxousi,a del sistema terrenal se empeña en la construcción de un «anti-reino» que tiende a actualizarse en las estructuras del poder político. El Dragón (Ap 12,9), origen de la «anti-evxousi,a», delega su du,namij, su qro,noj y su evxousi,a mega,lh a la Bestia (13,2). Esta actúa en el «escenario» humano mediante la «otra Bestia» (13,11) y, en conexión con «los reyes de la tierra» (17,12-13) y otras fuerzas destructivas (6,8; 9,3-11.16-20; 20,6), genera una red de «energía» negativa contraria al poder de Dios.

Aunque rescatados por el «poder salvífico» del Mesías crucificado (Ap 12,11), los cristianos siguen experimentando el influjo del «poder terrenal» (2,20; 13,13-14). No obstante, mediante la comunión profético-martirial con Cristo (11,3-13) irradian la «evxousi,a salvífica» como fuerza transformadora de la historia (20,6; cf. 22,14).

CÉSAR NERY VILLAGRA CANTERO, sacerdote del Ordinariato Militar, nació el 26 de mayo de 1962 en Ypacaraí (Paraguay). Egresó de la Academia Militar en 1984. Fue ordenado el 23 de abril de 1992. Completó sus estudios filosóficos y teológicos en el Instituto Superior de Teología (Asunción) y consiguió la Licencia en Sagradas Escrituras en el Pontificio Instituto Bíblico (1999). Con la presente Tesis Doctoral, defendida en la Pontificia Universidad Gregoriana, culminó su formación bíblica. Actualmente, es Rector del Seminario Mayor Nacional, Capellán de la Academia Militar y profesor de Biblia en el Instituto arriba mencionado.

 

Fuga,silenzio e paura. La conclusione del Vangelo di Marco

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Compiani Maurizio

“Tesi Gregoriana” Teologia 182

2011, pp. 296

978-88-7839-188-8

€25.00
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In Mc 16,8 fuga, silenzio e paura delle donne costituiscono l’inaspettata chiusa della narrazione marciana letterariamente autentica: si tratta forse della più celebre crux interpretum del Vangelo di Mc. La reazione finale delle donne sancisce il fallimento loro e di tutta la storia, o rap­presenta una reazione appropriata alla manifesta potenza di Dio contenuta nel messaggio pasquale? Il presente lavoro costituisce un’indagine che tramite lo studio di Mc 16,8 giunge a comprendere la conclusione del Vangelo di Mc individuando e mettendo in luce diversi livelli di lettura. Mc 16,8 viene prima studiato in sé, verificandone lessicalmente i lemmi nella loro caratterizzazione marciana, poi il versetto viene esaminato come conclusione del racconto delle donne alla tomba vuota (Mc 16,1-8). A un terzo livello, lo studio assume Mc 16,8 come conclusione del Vangelo sicuramente autentico (Mc 1,116,8) evidenziandone la portata all’interno della teologia marciana. L’indagine si estende infine nel contesto di tutta la narrazione canonica (1,116,20): l’aggiunta a Mc autentico dei vv. 9-20 ha infatti determinato un nuovo epilogo, provocando uno sconvolgimento che interessa anche 16,8 ridefinendone significato e funzioni. Un caso interessante di antica «lettura canonica».

Maurizio Compiani, sacerdote della Diocesi di Cremona, ottenuta la licenza presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma, con la presente dissertazione ha conseguito il dottorato in Teologia Biblica presso la Pontificia Università Gregoriana. Ha insegnato presso l’Università Cattolica S. Cuore (Cremona) e gli Istituti Superiori di Scienze Religiose di Mantova e di Parma. Attualmente è docente presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Crema – Cremona – Lodi e mantiene contatti e collaborazione con l’Istituto Filosofico e Teologico Interdiocesano di Scutari (Albania).

 

Le sorti e le vesti

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Cavicchia Alessandro

“Tesi Gregoriana” Teologia 181

2010, pp.540

978-88-7839-181-9

€35.00
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disponibile solo in lingua italiana


 

Una tunica contesa: tinos estai, «di chi sarà»? (Gv 19,24). La domanda tra un drappello di soldati che si giocano a sorte le vesti di un condannato a morte resta sospesa, come se fosse un gesto ovvio e insignificante. Eppure, tale disputa è solo il riflesso del conflitto ben più rilevante, giocato sull’identità di Gesù Nazareno. In Gv 19,23-24, la scena è considerata l’«adempimento» del Sal 22(21),19, che presenta un episodio del tutto simile: qui, le vesti spartite a sorte esprimono lo status personale, sociale e religioso dell’o­rante, che dal pericolo mortale «passa» alla manifestazione del Nome divino ed al culto universale (cf. vv. 23-32). Più che un caso isolato vi si scorge la funzione d’Israele medesimo nel cosmo. Nei mss. di Qumran, il Sal 22 è stato re-interpretato in alcuni Inni (cf. 1QHa) e le vesti ma, soprattutto, le sorti esprimono il senso deterministico-dualistico della storia (cf. 1QS, CD), indicando il posto dell’uo­mo nel cosmo e coinvolgendo, talvolta, figure messianiche (cf. 11QMelch). Nella rilettura giovannea del Sal 22(21) e in Gv 19,23-24, dunque, il simbolismo delle sorti e delle vesti manifesta l’identità e la posizione di Gesù Nazareno nel cosmo: Egli è l’uni­genito Verbo incarnato nella discendenza d’Israele, Re-messia che mediante il suo corpo israelita consegnato alla morte e glorificato, istituisce il culto universale e partecipa all’umanità il suo rapporto filiale con Dio.

Alessandro Cavicchia, nato a Roma nel 1968, è Frate Minore dal 1988 ed è stato ordinato presbitero nel 2000. Ha conseguito la Licenza in Scienze Bibliche al Pontificio Istituto Biblico nel 2001 e difeso la presente dissertazione dottorale in Teologia Biblica presso la Pontifica Università Gregoriana. Attualmente collabora nella pastorale giovanile e insegna all’ISSR «Redemptor Hominis», presso la Pontificia Università Antonianum.

 

il servo di Dio porta il diritto alle nazioni

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Di Paolo, Roberto

“Tesi Gregoriana Teologia” 128

2005, pp. 286

978-88-7839-045-4

€17.00
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Il presente studio affronta i capitoli 11 e 12 di Matteo applicando il metodo dell’“analisi retorica”. dal presente studio emerge che questi due capitoli sono articolati in tre sequenze, con la citazione centrale di Is 42, che funge da chiave interpretativa dell’insieme: Gesù è il servo di Dio, che annuncia e compie il diritto, a beneficio di tutti. Egli opera come Figlio dell’uomo e come Figlio di Dio; mentre chi vede le sue opere e sente le sue parole non può esimersi dal riconoscere o negare la presenza di Dio in Gesù. Il linguaggio che veicola questi contenuti è quello giuridico, nelle diverse fasi del contenzioso giudiziale.

Roberto di Paolo, nato a Pescara (Italia), nel 1970, entrato nel 1989 nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, ha compiuto gli studi filosofici e teologici presso l’Istituto Teologico di Assisi e ha conseguito la Licenza e il Dottorato in Teologia Biblica  presso la Pontificia Università Gregoriana.

 

La parola della croce: l’itinerario paradossale

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Giordano, Maria Teresa

"Tesi Gregoriana" Teologia 180

2010, pp. 302

978-88-7839-172-7

€25.00
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La pericope che, all’interno di 1Cor 1–4, Paolo dedica alla Parola della Croce e all’esposizione sulla sapienza divina (1,18–3,4) sul piano metodologico, rappresenta uno degli scritti più emblematici del suo modo di riflettere. Ciò lo evinciamo dal modo di trattare il problema delle liti sorte all’interno della comunità di Corinto a proposito degli apostoli (1,10-17). Invece di rispondere immediatamente, dicendo che gli apostoli non sono che dei servi di Dio e della comunità (3,5), egli traspone la replica: dal luogo naturale che sarebbe 1,18, a 3,5 dopo un silenzio sulla tematica ecclesiale di ben due capitoli. Varie risposte sono state date dagli interpreti, fino a vedere in porzioni della sezione (1Cor 2) una digressione. Il presente contributo attraverso lo studio del piano retorico paolino mostra che la pericope teo-cristo-pneumatologica di 1,18–3,4 costituisce un insieme testuale organico, saldamente allacciato in ogni sua parte, la cui funzione è quella di fornire ai corinzi, e ai cristiani di ogni tempo, i fondamenti della riflessione ecclesiologica. L’evento Cristo nella sua esplicitazione paradossale costituisce l’origine (ge,noj) dell’identità  dei credenti (1,26) e il fondamento (qeme,lioj) della loro unità ecclesiale (3,11). Il metodo paolino in altre parole è piramidale, il vertice spiega la base: mediante la sua cristologia che nella presente porzione di testo appare come la condensazione inaudita del progetto salvifico del Padre, l’Apostolo mira a fondare il tracciato di ogni campo teologico.

Maria Teresa Giordano, dopo la laurea in giurisprudenza presso l’università degli Studi di Palermo, ha conseguito la licenza in Sacra Scrittura al Pontificio Istituto Biblico e il dottorato in teologia biblica presso la Pontificia Università Gregoriana. Ha insegnato il suddetto testo paolino presso la Pontificia Facoltà Telogica dell’Italia Meridionale. Sezione S. Luigi.

 
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